L'artista si trova nella stessa posizione del pensatore rivoluzionario, che si oppone all'opinione dei contemporanei e annuncia una nuova verità. (Konrad Fiedler )
lunedì 6 maggio 2013
giovedì 25 aprile 2013
Alessandro
Alessandro
tornava a casa pedalando felice.
La
scuola era quasi finita e la gioia montava in lui come un fiume in piena. Era
euforico e pregustava il sapore delle vacanze alle porte.
Percorreva
a forte velocità la discesa verso casa e per un attimo un’ombra offuscò la sua
mente.
Due
giorni prima aveva scritto una lettera d’amore a Valentina, per motivi futili e
superficiali e non né andava fiero, era pentito poiché l’unica persona che
amava era Cinzia; la sua compagna di banco.
Il
pensiero di Cinzia gli arrossò il volto in un istante e con rinnovata energia
pedalò veloce verso il locale di Stefano per il pranzo. L’ambiente era piccolo,
male arredato, caotico e poco pulito, ma era l’unico aperto.
Il
misto di odori provenienti dalla cucina e il chiasso dei suoi coetanei erano per
Alessandro una miscela sgradevole. Affrettò il passo e andò a sedersi ad uno
dei tavoli vicino alle finestre, una zona arieggiata dove gli odori arrivavano
smorzati.
Gli
portarono il vassoio con la sua ordinazione, Alessandro mangiò avidamente.
Negli
ultimi tempi si fermava poco nel locale e non si intratteneva con i suoi
coetanei poiché in passato si era malmenato con alcuni di loro. I suoi genitori
l’avevano punito per questo e così per evitare guai si fermava soltanto il
tempo necessario per il pasto.
Lasciò
i soldi sul tavolo e con la bicicletta andò verso la tabaccheria all’angolo.
Giocò la schedina come ogni settimana, scambiò quattro chiacchiere
banali con Alessia, la commessa, e uscì rinfrancato dal suo
sorriso di saluto.
Montò
in sella e guardò l’orologio. Era in leggero ritardo per l’appuntamento con
Federico, suo compagno di calcetto da diversi anni.
L’amico
lo aspettava seduto su una panchina logora e malandata, si salutarono con un
abbraccio. Alessandro consegnò i dvd, prese i soldi convenuti e li sistemò
distrattamente nella tasca dei jeans, mentre si salutavano con una pacca sulle
spalle.
Alessandro
si sedette sulla stessa panchina. Prese il cellulare, chiamò alcuni compagni di
classe per organizzare una serata in pizzeria. Si voleva divertire con i soldi
appena guadagnati.
Si
sistemò un po’ più comodo per assaporare la brezza leggera che alleviava l’afa
della mattina appena trascorsa, ma quel benessere non durò a lungo. Cominciò a
sentirsi inquieto e in preda ad una dolorosa sensazione di freddo diffuso.
Non
stava sognando, eppure le cose intorno a lui cambiavano lentamente. Il leggero
cinguettio degli uccelli era cessato gradualmente mentre la luce sembrava aver
perso forza e intensità così da creare ombre poco rassicuranti sul terreno.
Udiva
in lontananza la sirena di un traghetto che duettava in modo bizzarro con il
pianto di un bambino.
Scattò
in piedi come avesse ricevuto una scossa elettrica e con la mano afferrò al
volo la cinta dello zaino per trascinarlo via con sé. Sentiva dei brividi
scuoterlo nel profondo come ad avvertirlo di un pericolo imminente.
Il
passo svelto si tramutò in corsa scomposta che lo portò ad inciampare
goffamente. Sentiva dolore alle mani, erano graffiate in più punti a causa del
terreno sterrato. Prima ancora di rialzarsi si rallegrò di non aver rovinato il
display del cellulare nuovo di zecca e trascinandosi carponi si alzò per
continuare la fuga arrivando fino al marciapiede di fianco la strada.
Il
rumore del traffico scoppiò improvviso intorno a lui e si ritrovò immerso in
quella che considerava una rassicurante normalità. Non si curò della polvere
che lo ricopriva né dei graffi sparsi su mani e braccia. Ridendo di se stesso e
delle sue inquietudini si avviò verso casa.
L’uomo
anziano era accanto alla fontanella. Era pallido, stanco e scavato in viso.
Teneva
la mano rugosa appoggiata al muretto che delimitava la fontanella utilizzandolo
come sostegno.
Non
aveva molto tempo a disposizione poiché molte erano le cose che doveva dire.
Una seconda possibilità non era contemplata né per lui né per Alessandro. Non
poteva fallire.
Gridò
il nome del ragazzo con una tale forza e intensità che Alessandro si girò di
scatto come investito da un’onda d’urto.
L’uomo
anziano andò verso la panchina e con un gesto della mano invitò il ragazzo a
seguirlo.
Alessandro
era incuriosito da questo anziano cosi bizzarro.
Il
suo abbigliamento era fuori posto, troppo pesante per quella stagione così
calda, ed anche quel berretto triangolare che indossava era di un colore troppo
stravagante per un uomo della sua età. D’impulso lo seguì sedendosi al suo
fianco con aria interrogativa.
L’uomo
anziano consegnò ad Alessandro un foglietto ripiegato e si raccomandò di
leggerlo solo l’indomani in quello stesso luogo.
Alessandro
ripose il foglietto in tasca e approfittò di quella vicinanza per osservarlo
meglio. Gli occhi erano di colore verde-castano e la fronte cosparsa da rughe
marcate e profonde.
Una
leggera barba bianca gli copriva il mento e parte delle guance lasciando
scorgere alcuni nèi vicino alle labbra. Sembrava provato. Affaticato.
Per
l’uomo anziano il tempo era l’unico nemico tangibile.
Non
aveva preparato un discorso, non ce n’era stato modo, improvvisò lasciando che
fosse il cuore e non la mente a trovare le parole.
Prese
un sigaro dal taschino e con mano malferma lo accese assaporando il gusto del
tabacco con profondi respiri, poi prese le mani di Alessandro nelle sue con una
tale forza da lasciare il ragazzo sbalordito e turbato dalla pienezza del
contatto.
“Caro Alessandro, ci conosciamo da tanto
tempo.” Cominciò l’uomo anziano.
“ Ho vissuto a lungo e sono più
avanti di te in questa linea temporale e per questo sono a conoscenza di cose
che ignori”.
Riprese
fiato e portò il sigaro alla bocca con mano tremante.
“Ho vissuto la mia vita da solo
senza la gioia e la pienezza dell’amore”.
Nel
pronunciare queste parole calde lacrime gli rigarono il viso segnato dagli
anni.
“A volte caro Alessandro la vita
viene decisa da un istante, da un secondo, da una frase sussurrata tra i banchi
di scuola e dipende dalla prontezza della nostra anima e dal coraggio del
nostro cuore riconoscere quell’istante”
Alessandro
avvertì la stretta dell’uomo farsi più forte, come alla ricerca di uno scoglio
a cui aggrapparsi.
“Io ho fallito per inerzia, codardia
e viltà. Non ho saputo riconoscere l’istante che avrebbe reso piena e felice la
mia vita ed ora sono qui per rimediare a quell’errore”.
Alessandro
ascoltava con attenzione le parole dell’uomo anziano, ma era anche sbalordito
dall’ambiente circostante. Udì nuovamente in lontananza il pianto del bambino e
la sirena della nave mentre il sole sembrava avvolto da una membrana spenta.
“Ho vagato cieco in un modo di
oscurità e sordo in un mondo di silenzio ed ho conosciuto i tentacoli freddi
della malinconia e della solitudine in lunghe notti insonni. Li ho sentiti
stringere fino a soffocare ed ho pregato mille volte di soccombere ad essi”.
Mentre
lo ascoltava Alessandro era sommerso da mille dubbi e timori. Sentiva la
stretta dell’uomo senza vedere le mani e né percepiva le lacrime pur avendo
davanti a sé un viso ormai opaco e trasparente. Solo gli occhi erano ancora
vivi, fiammeggianti e intensi e su quelli concentrò l’attenzione.
“Oggi sono qui per te, per squarciare
la nebbia del tempo e mostrati cosa nasconde così da donarti la cosa più
preziosa al mondo; L’amore”.
Alessandro
lo ascoltava con attenzione crescente alla ricerca di una risposta.
“Nn ci sarà un'altra occasione ed è
per questo che devi ascoltarmi con attenzione. Domani mattina ci sarà una
persona che abbassando lo sguardo ti dirà: – io ti avrei detto si – “
L’uomo
cominciò a vacillare, teneva gli occhi piantati in quelli del ragazzo,
nonostante la sua corporeità stesse collassando. Il tempo a sua disposizione
era finito.
“Alessandro” la
voce dell’uomo era vigorosa e profonda “
quella persona è l’altra metà di te, rappresenta la tua felicità e il tuo
destino.
Non devi fare il mio errore, non
devi sottrarti per inerzia o paura, devi aggredire la vita e guadagnarti il
futuro”.
Alessandro
udiva la voce sempre più debole. Gli oggetti intorno fluttuavano in una specie
di campo gravitazionale sospeso. Nemmeno i colori e i suoni erano normali ma
miscelati tra loro in modo suggestivo. Sentiva anche l’odore pungente del mare.
Poi,
lentamente, le cose tornarono alla normalità, ed Alessandro si ritrovò seduto
su una malandata panchina di legno ad osservare il niente.
Alessandro
montò in sella alla bici e con estrema rapidità si allontanò dal parco Una
volta a casa salutò sua madre e sua nonna con un gesto distratto della mano. In
camera si sdraiò sul letto cercando protezione e sicurezza. Provò a distrarsi
ascoltando la radio, ma il suo corpo chiedeva azione.
Scese
di scatto dal letto, afferrò i bilancieri e cominciò ad allenarsi con impeto.
Si allenò per ore e si fermò solo quando i muscoli smisero di contrarsi a causa
dello sforzo eccessivo. Cercò un blocco da disegno e cominciò ad abbozzare il
viso dell’uomo anziano.
Alessandro
nel disegno era una frana, ma si applicò con impegno e determinazione così da
produrre un risultato ai suoi occhi quasi discreto.
Arrivata
l’ora di cena, si sistemò a tavola, consumò il pasto cospargendo tutto di
ketchup ed inghiottì frettolosamente. Finto di mangiare fece una doccia calda
per rilassare i muscoli indolenziti.
Mentre
si rivestiva sentì sua madre bussare delicatamente alla porta.
“Alessandro il tuo disegno è
davvero pregevole e sai una cosa? Questa persona ti somiglia molto, gli occhi mi
ricordano i tuoi”.
Alessandro
si vestì senza rispondere. Non si era reso conto della somiglianza con l’uomo
finché sua madre non l’aveva notata.
Si
addormentò con in testa il pianto del bambino, la sirena e gli strani
avvenimenti osservati nel parco e la voce di sua madre che gli diceva: “gli occhi
mi ricordano i tuoi”.
Era
di nuovo in ritardo per andare a scuola.
Scese
le scale di corsa facendo quattro gradini alla volta con lo zaino che oscillava
pericolosamente.
Suo
padre lo accolse in macchina con brusche e colorite espressioni.
Nei pressi della scuola cominciò a correre per evitare di trovare il cancello
chiuso, all’ingresso la bidella gli gettò uno sguardo di rimprovero al quale
Alessandro ripose con un sorriso malizioso e sfacciato.
Trovò
i suoi compagni sparsi e vocianti in aula poiché l’insegnante della prima ora
era in ritardo. Gettò lo zaino in terra con aria soddisfatta mentre cercava
nelle tasche dei pantaloni qualche moneta per comprare la colazione.
Arrivato
al banco venne accolto dal sorriso caldo e radioso di Cinzia. I suoi occhi
color nocciola sembravano ancora più grandi e pieni di dolcezza. Alessandro
ascoltò i battiti accelerare mentre veniva travolto dal profumo intenso dei capelli
di Lei, una delicatissima fragranza alla vaniglia.
Amava
le sue pettinature semplici ed era incantato nell’osservare i suoi riccioli
morbidi adagiati dietro le spalle.
L’espressione
intontita catturò l’attenzione di Cinzia che gli rivolse un sorriso
canzonatorio. Inforcò gli occhialini da lettura e preparò l’ennesimo gioco con
il quale trascorrere parte della mattinata.
Alessandro
era inquieto. Temeva che i suoi sentimenti fossero troppo evidenti.
Cinzia
lo guardò sorridendo un paio di volte con la coda dell’occhio.
Alla
fine appoggiò gli occhiali sul banco e con un’espressione interrogativa,
terribilmente attraente agli occhi di Alessandro, domandò se aveva trovato il
coraggio di chiedere a Valentina di uscire.
Recitò
la risposta che si era preparato da settimane dicendo che non aveva chiesto
nulla poiché sicuro di un rifiuto. Appena formulata la frase il viso di Cinzia
cambiò espressione ed Alessandro lo notò subito.
Per
un istante, sospeso ai margini del tempo, Cinzia fissò gli occhi di Alessandro
e con un filo di voce disse “io ti avrei
detto si”.
Mentre
le parole vibravano sospese nell’aria, Cinzia abbassò gli occhi in modo
repentino e con un gesto che sembrava un tutt’uno con lo sguardo, afferrò lo
zaino da terra.
Alessandro
la fermò posandogli la mano sulla spalla. Vedeva la nebbia del tempo dissiparsi
lentamente davanti a suoi occhi ed al suo posto emergere il proprio futuro.
Indeciso
e impaurito cercò gli occhi di Cinzia. Immerse lo sguardo nel suo e se né
lasciò rapire per un tempo indefinito. Le si avvicinò con discrezione e con il
cuore in tumulto, passò delicatamente la mano sul collo fin dietro la nuca.
Le
labbra erano a pochi centimetri, entrambi sentivano il respiro dell’altro sulla
pelle. Un respiro reso affannoso dall’emozione.
Alessandro
posò delicatamente le labbra su quelle di Cinzia, raccolse le ultime energie e
mormorò un delicato “ti amo” che andò
a spegnersi in un bacio intenso, passionale e romantico.
La
giornata era calda e luminosa.
Avevano
trascorso il pomeriggio nel parco scherzando e ridendo. Alessandro aveva in
mano il foglietto che l’uomo anziano gli aveva affidato il giorno prima.
Cominciò
a leggere ad alta a voce poiché desiderava rendere partecipe Cinzia di quella
magia.
“ Caro Alessandro se hai dato
ascolto alle mie parole ora sei abbracciato alla nostra Cinzia”.
Fece
una pausa e cercò lo sguardo di lei.
“ieri ho diradato le nebbie del
tempo ed oggi sono testimone del vostro futuro ”.
Cinzia
si passò la mano tra i capelli sorridendo.
“Il vostro futuro è una stupenda pagina
bianca che potrete riempire con il vostro amore.
Finalmente potrete vivere la
pienezza del vostro legame donandovi reciprocamente voi stessi.
Il mio compito si esaurisce qui. La mia anima
è pronta per intraprendere l’ultimo viaggio”
Alessandro
ripose quel foglietto proveniente da un altro tempo e strinse l’amata in un
tenero abbraccio. Poi si adagiò sulla panchina, divenuta ormai famigliare, con
la testa di lei posata delicatamente sul petto. Era disorientato per quanto
accaduto e per la straordinaria avventura di cui era stato protagonista. Era
tornato chissà come dal futuro per donare a sé stesso e a Cinzia una seconda
possibilità.
Ricordava
la forza della sua stretta e la profondità del suo sguardo.
Si
scoprì emozionato e commosso per quella figura esile e vulnerabile che per
amore aveva sfidato le leggi della fisica. Commosso lo abbracciò con affetto e
gratitudine, come se fosse li ancora per un istante. Sperò in cuor suo che la
forza di quell’abbraccio fosse tale da sfidare e vincere a sua volta le leggi
della fisica.
Alessandro
era disteso in terra. Vedeva un giovane chino su di lui intento a praticargli
la respirazione artificiale. Poco distante una donna, forse la compagna,
teneva stretto un bambino che piangeva disperato. Il
traghetto che doveva prendere era fermo sulla banchina e la sirena avvertiva i
passeggeri di un ritardo nella partenza.
Alessandro
guardò il cielo sopra di sé, plumbeo e umido. Avrebbe preferito andarsene nella
bella stagione con il calore dei raggi del sole sulla pelle, ma anche così
andava bene, pensò.
Andava
bene perché era riuscito nell’impossibile. Si era regalato una seconda
possibilità. Mentre la vita scivolava via dal suo corpo non
sentiva freddo né paura perche sentiva che qualcuno a lui caro lo riscaldava
con il caldo abbraccio dell’addio.
© riproduzione riservata
© Gunnella Marco 2012
giovedì 21 marzo 2013
dall'occhio al cervello
Si
guarda con gli occhi, ma si vede col cuore.
Una
frase romantica che tutti conoscono, ma la giusta riformulazione sarebbe: si
guarda con gli occhi, ma si vede col cervello.
L’occhio
è un organo molto complesso che potremo sinteticamente dividere in tre zone.
La
prima è la parte esterna, la cornea, il cristallino e l’iride che hanno il
compito di ricevere i quanti di luce provenienti dall’esterno, questi impulsi
fotochimici vengono poi elaborati dalla retina, la parte più interna del bulbo
oculare che provvederà ad una prima riorganizzazione delle informazioni
ricevute e alla loro trasformazioni in impulsi elettrici da inviare all’area
del sistema nervoso centrale deputata alla vista tramite il nervo ottico.
Il
cervello elaborerà questi impulsi in “immagini”. Provvederà a decodificare gli
impulsi elettrici mostrandoci cosi il mondo che ci circonda.
Tuttavia gli impulsi catturati dal sistema occhio
renderebbero la nostra visione capovolta, rimpicciolita e bidimensionale.
Solo
con la successiva elaborazione del cervello queste informazioni vengono
riposizionate, colorate, ingrandite e rese tridimensionali, in altre parole è
il cervello che ricostruisce su basi probabilistiche l’ambiente che ci
circonda.
Probabilistiche
in quanto le informazioni ricevute vengono “lavorate” dal cervello in modo da
restituire alla nostra coscienza un’immagine comprensibile della “realtà”.
Questa
elaborazione consente di dare profondità alla scena, di collocare un edificio
più lontano rispetto ad un altro, di percepire il movimento i colori e cosi
via, ma il cervello non elabora solo questo, il cervello riadatta le
informazioni in base alle sue esperienze, alle cose già viste, alle cose che ha
studiato, alla propria cultura e all’ambiente in cui vive.
Per
questo persone diverse vedono cose diverse. Per questo in criminologia si
considera la testimonianza oculare come una prova debole rispetto a quella
scientifica. Perché il cervello, molto più spesso di quello che si immagina,
presume, riempie e cancella informazioni.
Può
sembrare incredibile, ma faccio due esempi.
1:
abbiamo parlato del nervo ottico che trasferisce impulsi elettrici dalla retina
al sistema nervoso centrale. Il punto in cui si collega con l’occhio e per noi
un punto cieco. Una piccolissima frazione di retina priva di “coni” e
“bastoncelli” .
Quella
porzione di retina non trasmette informazioni, ragion per cui se guardassimo un
foglio bianco dovremmo vedere due minuscoli punti neri, uno per occhio, eppure
il foglio ci “apparirà” completamente bianco.
Il
cervello avendo elaborato le informazioni ricevute come quelle di un foglio di
carta bianca, automaticamente presumerà di trovare bianco anche in quei due
punti ciechi.
C’è
un interessante esperimento che mostra un rettangolo bianco con a sinistra un
“x” nera e a destra un punto nero.
Fissando
il disegno da circa trenta centimetri e focalizzando lo sguardo sulla “x” il
punto nero scompare. Questo perché entra nel punto cieco della retina e il
cervello “riempie” questo punto con lo
stesso colore di ciò che lo circonda, il bianco!
2:
spesso ci capita di scambiare una sconosciuto per un amico o un famigliare.
Questo
avviene in presenza di alcune caratteristiche comuni alle due persone, il
cervello presume sia quella che normalmente vediamo e ci restituisce un
immagine che in realtà non esiste.
Non
tutta la retina è uguale, la fovea è la parte più densa di “coni” ed è quindi
la zona più nitida della nostra vista ed il motivo per cui tendiamo
naturalmente a spostare il viso e gli occhi per guardare un oggetto, perché
tendiamo a portarlo nel suo raggio d’azione che è infinitesimale.
Inoltre
quando guardiamo un oggetto, un panorama o un quadro l’occhio effettua due
distinte operazioni, rapidi movimenti oculari che scansionano ciò che abbiamo
davanti e di cui non serberemo ricordi ma che serviranno al cervello come punti
di riferimento e le fissazioni, ciò quando ci fermiamo ad osservare un
particolare e queste sono le informazioni che transitano per il nervo ottico,
ed il motivo per cui due persone davanti allo stesso quadro possono ricordare
particolari differenti.
Il
quadro rimane sempre lo stesso, ma è il soggetto che cambia, sono le
fissazioni, ciò questi punti che hanno attratto l’attenzione e su cui il nostro
occhio si è soffermato, non sono casuali, ma sono il frutto del nostro “io”,
della nostra istruzione, della nostra educazione dei nostri interessi e cosi
via.
Questo
ci porta alla questione principale, la realtà non è qualcosa di diviso rispetto
a noi, non c’è oggetto e soggetto, non c’è un tavolo e un osservatore, ma le
due cose si fondono insieme e interagiscono.
Niels
Bohr, uno dei padri della fisica quantistica, diceva:
“l’albero
che si trova nel mio giardino esiste solo quando io lo guardo”.
Un
piccolo esperimento potrà chiarire meglio.
Guardate
per un minuto la scrivania di un collega, un amico o un fratello per un minuto
poi scattate una foto con il cellulare.
Provate
a descrivere la scrivania e gli oggetti presenti in dimensione, colori e posizione.
Poi confrontate quanto scritto con la foto scattata.
Il
risultato sarà che avrete visto meno oggetti, che avrete confuso alcuni colori
nonché distanze e dimensione tra gli stessi.
Gli
oggetti mancanti dal vostro ricordo non sarebbero esistiti, in quanto non né
avreste conservata coscienza, ma questo non li rende meno reali di quelli
ricordati.
L’oggetto
ricordato e quello non osservato “esistono” entrambi nel piano spaziale di
riferimento, ma la differenza l’ha fatta il cervello attraverso il meccanismo
delle fissazioni.
Potremo
arrovellarci ore cercando di stabilire se un oggetto non ricordato ma
immortalato dalla fotocamera del cellulare sia per questo meno reale del resto.
A
questo punto è necessaria una precisazione.
Quando
si dice “vedere con il cervello” non lo si deve considerare in modo letterale,
in quanto non c’è, o perlomeno non è stata ancora individuata, una zona precisa
deputata a ciò.
Per
ora sappiamo che l’area interessata alla codificazione dei segnali elettrici provenienti
dalla retina è situata nella struttura striata della corteccia celebrale occipitale,
che a sua volta riceve informazioni pre-eleborate dal “nucleo genicolato laterale”.
Questa
porzione del cervello è sostituita da strati neuronali sovrapposti, ognuno con
distinte funzionalità che vengono espresse con degli indici che vanno da “V1” a
“V5” (V = Vision).
In
sintesi:
V1
= la sua funzione è di selezione distributiva delle informazioni ricevute.
V2
= la zona sensibile all’orientamento dei profili “ombra/luce” e codifica la dimensione spaziale delle forme statiche, consentendo di
riprodurre le informazioni su un campo tridimensionale.
V3
= la zona sensibile al movimento delle
forme, codifica le differenze temporali di moto.
V4
= codifica i colori
V5
= sincronizza e assembla il lavoro delle aree precedenti, ultimo passaggio che
trasforma gli originari impulsi elettrici provenienti dalla retina in
percezione visiva organizzata, quella che noi consideriamo “realtà”.
Abbiamo
parlato dei rapidi movimenti oculari che precedono e seguono le “fissazioni”,
il loro nome scientifico è : “saccadi oculari”. Se ne compiono circa 150 mila
al giorno e apparentemente sono involontarie e casuali, in realtà sono all’origine
della rappresentazione visiva finale.
Il
cervello con questi movimenti sincronizzati scansiona l’ambiente circostante,
in quella che può essere definita come un operazione di “ricerca e confronto”
con ciò che ha già visto o studiato.
Il
cervello non è un hard disk, non conserva singoli file d’immagine, cosi quando “vediamo”
una sedia il cervello la riconosce come tale confrontandola con centinaia o
migliaia di oggetti-sedie visti fino a quel momento e interpreta in tal modo i
segnali elettrici corrispondenti, riconosciamo l’oggetto come sedia perché sappiamo
che oggetti con certe caratteristiche comuni sono “sedie”, ma questo esula
dalla percezione visiva in quanto tale, perché
l’immagine viene rielaborata in base alle conoscenze del soggetto.
Un
bambino, ad esempio, la prima volta che osserva una fiamma istintivamente allunga
la mano, perché l’immagine che il cervello ricostruisce in sé per sé non aiuta
il bambino a comprenderla, soltanto esaminandola e soltanto maturando una
memoria della stessa potrà associare in futuro una fiamma a qualcosa di
pericoloso che non va toccata con mano.
Il
limite, sostanzialmente è questo, la percezione visiva non può essere
dissociata col soggetto che la riceve, sono in continua e indissolubile correlazione
ed per questo che si può affermare che la realtà è soggettiva.
domenica 3 febbraio 2013
Flash Forward - serie tv
Il
tempo, il destino, il futuro, la percezione visiva, la coscienza, il libero
arbitrio, gli universi paralleli, le linee temporali, la fisica quantistica e
molto altro ancora. Chi è interessato a questi temi troverà spunti e riflessioni interessanti
nel cinema e nella fiction.
Nel
mio personale Pantheon televisivo colloco Flash Forward, serie televisiva
statunitense trasmessa in Italia a partire dal 2009.
La
trama è molto complessa da spiegare e non voglio anticipare troppo.
La
storia prende il via da una perdita di coscienza che coinvolge tutta l’umanità
per due minuti e diciassette secondi durante i quali ognuno vive un proprio
“salto in avanti”.
Una
visione di se stessi nel futuro, non incerta e vaga, ma precisa.
Mark
e Dimitri, agenti dell’Fbi, indagano sul caso aprendo l’indagine denominata
“mosaico”.
Per
buona parte della serie quel salto in avanti rappresenterà il futuro inteso
come l’unico possibile, come un’anticipazione dell’inevitabile, convinzione che
ad un certo punto svanirà.
Inizialmente
la serie doveva essere sviluppata da un minimo di tre stagioni fino ad un
massimo di sette, ma gli scarsi ascolti ottenuti né decretarono la chiusura
anticipata. Per questo motivo risulta sprovvista di un vero e proprio finale e
con molte domande rimaste inevase.
Tuttavia
ci sono spunti interessanti di riflessione.
Il
primo riguarda il libero arbitrio, in quanto un futuro inalterabile
precluderebbe automaticamente la sua esistenza.
Il
futuro mostrato nel salto rappresenterà per buona parte della serie l’unico
futuro possibile, certo, preordinato e inalterabile nel quale scivolare senza possibilità di scelta.
Ad
un certo punto tale convinzione cadrà e sarà a tutti chiaro che quello visto
rappresentava soltanto uno dei futuri probabili. Ciò accadrà grazie ad Al,
collega di Mark, con il suicidio impedirà la realizzazione del suo salto in
avanti dimostrando che nulla è deciso e che nulla è predeterminato.
Il
secondo spunto riguarda “il giardino dei sentieri”.
Uno
degli scienziati coinvolti nell’esperimento svelerà a Dimitri (tenuto
prigioniero) che il futuro mostrato nel salto in avanti rappresentava soltanto
uno dei tanti futuri possibili e gli svelerà anche il giardino dei sentieri,
una specie di mappa dei futuri possibili ricostruito da centinaia di salti in
avanti autoindotti.
Sulla
base di questo lo scienziato aveva individuato una serie di “snodi” importanti
da cui si diramavano futuri tra loro più o meno differenti, nonostante ciò aveva
calcolato che le probabilità di morire quel giorno erano elevatissime.
Dunque
non un futuro preordinato, ma centinaia di varianti e possibilità, come appunto
un giardino pieno di sentieri. Ogni sentiero un futuro probabile e possibile.
La
fisica quantistica teorizza questo, tutto ciò che è probabile accada è già
accaduto e non è un caso che la fisica quantistica venga considerata la scienza
delle probabilità.
In
questo contesto l’uomo, oltre ad essere artefice del proprio destino, né diventa anche il regista, in quanto il
pensiero e l’immaginazione rappresentano strumenti di “creazione” della realtà,
è ciò è alla base della legge d’attrazione o quella delle ordinazioni cosmiche.
Una
delle difficoltà nel maneggiare l’argomento è la nostra convinzione che il
tempo sia rappresentato e scorra come una linea retta che congiunge due punti.
Il
punto “A” la nascita e il punto “Z” la morte.
In
fisica quantistica, invece, dalla retta si diramano costantemente decine e
centinaia di linee una per ogni scelta
compiuta o decisione presa, ognuna un futuro possibile e probabile.
Ovviamente
questo sentiero non si sviluppa su un piano bidimensionale, ma su piani
spazio/temporali stratiformi, simili, ma inaccessibili.
Facciamo
un esempio.
Uscite
di casa, c’è il sole, davanti a voi è parcheggiata la vostra auto.
Dovete
andare a fare la spesa in un negozio poco distante.
In
una frazione di secondo scegliete se usare l’auto o andare a piedi. In questo contesto
la fisica quantistica suggerisce che in realtà avete fatto entrambe le scelte. Generando
un soggetto A che andrà a fare la spesa a piedi e un soggetto B che viceversa
andrà in macchina.
Probabilmente
questa scelta non rappresenterà un “snodo” decisivo nella vostra vita, ma
potrebbe anche esserlo, in base, ancora una volta, alle probabilità.
La
serie tv è tratta dal romanzo “Avanti nel tempo” del canadese Robert J. Sawyer.
Scrittore
dai mille interessi, dalla paleontologia alla astronomia fino alla fisica
quantistica.
Ironico,
contestatore si definisce scrittore di fantascienza hard.
Affascinato
dalla psicologia dei suoi personaggi ama l’ironia riguardo i pregiudizi e
critica il fanatismo religioso, il sessismo e razzismo.
Brannon
Braga è invece tra gli ideatori della serie.
Un
esperto del settore con esperienza pluriennale nei progetti “star trek”.
Ideatore
di un’altra serie interessante, Threshold in cui affronta il tema
dell’invasione aliena che però non ha molto fortuna ed entrambe chiudono dopo
una sola stagione.
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